mercoledì, 11 ottobre 2006

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saluti a tutti

fabry

postato da: fabry2005 alle ore 19:22 | Permalink | commenti (3)
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sabato, 07 ottobre 2006

Poiché non faccio parte dei fidati amici di Andrea Margiotta non ho letto il manoscritto che, a suo dire, in attesa di pubblicazione, circola solo in versione gattesca. Non ho letto neppure il suo precedente libro "Diario fra due estati".

Di Andrea Margiotta praticamente non so nulla, però ora leggendo la sua postfazione al suaccennato "Quadri da un tempo fuggitivo" posso dire che di lui qualcosina so. Questo qualcosa è un qualcosa che riconosco, qualcosa che in parte è anche mio, qualcosina che sono anch'io, che ho mangiato anch'io, che, più o meno bene, ho fatto anch'io. Il gesto, la stretta di mano forte che comunica, la mia vicina di casa che scrive poesie, l'umanità che non è ancora morta, ma che si vorrebbe svuotare di sentimenti e sensazioni, di pensieri e idee così da poter essere riempita di pappette preconfezionate, di facile digestione, quelle e solo quelle, un'umanità che consuma velocemente ciò che il mercato decide in un dato momento e secondo le sue inumane e implacabili leggi. Storia vecchia ormai, si sa, purtroppo, sempre attuale. Un appiattimento, una omologazione, tutti in riga, guai ad uscire dal seminato, tutti in testa lo stesso capello, l'identica faccia. Il canone deve esser quello e non si scappa. La maschera deve essere uguale per tutti. Una maschera perfetta, il naso al posto giusto, di giusta dimensione, le labbra quelle, gli occhi uno uguale all'altro e distanziati di un tot prestabilito.

postato da: fabry2005 alle ore 20:49 | Permalink | commenti (30)
categoria:andrea margiotta
sabato, 30 settembre 2006

 

Nata in seguito ad un articolo di Balestrini apparso su Liberazione è di non molto tempo fa la polemica riguardante i poeti che circolano su internet. Umberto Eco sull’Espresso ci riferisce di un poeta laureato che ha detto "se vai su Internet a cercare la poesia, trovi tanto materiale inerte, esternazioni emozionali da scemi del villaggio; i blog sono fatti per lo più da esibizionisti. Si trova la fuffa peggiore, senza un orientamento".  In effetti il poeta laureato non ha tutti i torti, infatti se in un provider proviamo ad inserire nel form di ricerca il tag poesia, avremo l’impressione d’aver trovato “di tutto/di più”, tranne quello che cercavamo, e cioè la poesia. Ma se si è cocciuti e non ci si rassegna e si continua a cercare e a cercare, può capitare di avere delle sorprese. Antonio Vasselli anzi vaan (con la v minuscola come lui stesso preferisce) (http://vaan60.splinder.com) sorprende.  Che piacere quando ai mercatini, in mezzo a tante cianfrusaglie, scoviamo un oggetto di valore finito, chissà come, in mezzo a tutto quel ciarpame; andare in libreria e acquistare un volume di poesia di un autore il cui valore è stato già riconosciuto dalla critica, forse non dà l’identico compiacimento. 

postato da: fabry2005 alle ore 22:55 | Permalink | commenti (130)
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sabato, 23 settembre 2006

“Rifrazioni”. Sulla poesia di Marco Mangani

  

Il Dizionario Garzanti indica, col termine rifrazione, quel peculiare “fenomeno ottico per cui un raggio di luce, passando da un mezzo a un altro, devia in corrispondenza della superficie di separazione dei due mezzi”.  Per estensione, prosegue il dizionario nella sua serrata, necessaria logica denotativa, il termine indica anche analoghi fenomeni verificabili nella propagazione delle onde sonore, o nella deviazione dei raggi luminosi incidenti sull’atmosferica terrestre.

Per ennesima estensione, ma questa volta secondo la logica squisitamente connotativa del linguaggio poetico, il termine rifrazione si applica, con sorprendente aderenza, ai cinque testi del giovane Marco Mangani qui proposti.

Germogliati sullo sfondo di una lunga meditazione sulla saggistica di Bachelard, e in particolare sugli scritti riguardanti il fertile ossimoro della “lucida reverie”, i testi di Mangani si costruiscono, in effetti, su quell’ideale angolo di rifrazione in cui veglia e immaginazione, ricordo e presente, coscienza e inconscio si toccano, s’intrecciano, si confondono.

postato da: fabry2005 alle ore 22:47 | Permalink | commenti (123)
categoria:marco mangani, mangani - babino
domenica, 17 settembre 2006

Mattino, meriggio e sera. Queste sono le tre fasi temporale in cui sembra svolgersi la coerente e poliedrica silloge che Simone Lago titola “Eruzioni di coscienza” e che ha per dimensione temporale solo apparentemente lo svolgersi di una giornata bensì una intera generazione. Balzando con tono da Proust alla playstation, dall’Havana e Cola al mito di Orlando, dai personaggi da telefilm o cartoni animati alla politica estera arrivando a Sagan, all’abito firmato piuttosto che alla serata in discoteca, citando nel frattempo De Angelis e – se ho ben riconosciuto – anche Michael Ende,  ci si svela  un universo microcosmo osservato col lentino di ingrandimento di un singolo che diviene composito unendosi al contempo in pluralità. E’ la rappresentazione non solo della singolarità percettiva delle geografie del contemporaneo di cui siamo intrisi nostro malgrado (status quo) ma dell’elaborazione culturale per mezzo della quale elementi a prima vista discordanti si fondono creando un  fluxus quo mutante e rivalutante.

La dissacrazione nel vedere allora Proust, incarnantosi in una genesi irreale, cioè di personaggio di carta (inventato) che diviene umano (in sogno), quindi vivo, (nella realtà percepita) che ritorna personaggio di carta  in una terza veste, quella di questa silloge (quindi plausibilmente vero, ma di una verità “terza”)  che copula con l’ipotetica ex-compagna dell’io scrivente (accadimento che viene evocato dal ripercorrere un sogno nei primi istanti della veglia) ha il medesimo valore di quel trait-d’union che lega la citazione di Armstrong - che posa il primo piede sulla luna - con l’autore in procinto di alzarsi dal letto, con un torpore ed una risonanza d’intenzioni latenti che credo non a caso riporti ad Oblomov. La fumettatura con cui l’universo-personalità del protagonista ci si rivela diviene una sorta di tratteggio kafkiano dove il protagonista stesso viene posto in secondo piano per la puntuale apparizione di elementi che compongono l’universo circostante e che, ritenute appendici, sono invece la misura del tempo in cui l’esistenza accade, un qui e ora quasi fantascientifico, una dimensione parallela in cui fonde la realtà con l’immaginario.

E’ però tutto cosi materialmente umano, cosi vulnerabile, cosi fermo nelle posizioni vacue in cui cade: è la rappresentazione dell’io totale, quella somma di incertezze e cadenze che formano la persona. Ancora:  è la rappresentazione della generazione che filtra tutto e assorbe, che s’imbeve d’imput divenendo egli stessa imput di un disegno che – cercando un analogia con anche la silloge – è fatta di miliardi di pixel. E’ la texture che ci si palesa, con insieme il particolare minutissimo.

Simone lo sa, sa di essere parte di un’unità immane di cui abita solo una parte forse nemmeno portante: lui è quella parte che insieme a miliardi di altre parti simili e mai uguali compone la visione. E lo dice, in chiusura (chiude infatti la silloge il testo “Sunto forse di speranza e in altri termini”), con visionarietà lucidissima, con un linguaggio insieme a-la Blade Runner e poeticamente compiuto: l’impronta del mio volto a tua immagine nell’aria/ affinché tu possa dire di aver visto, prima della notte,/ per un istante una forma a te sorella/ ma nient’affatto uguale.

Appunto. Simile e niente affatto uguale. Unico, perciò.

 

Fabiano Alborghetti

 

postato da: fabry2005 alle ore 15:12 | Permalink | commenti (94)
categoria:simone lago, lago - alborghetti